STORIA DELL'ORVIETO

 
L'Orvieto è oggi uno dei vini bianchi italiani più conosciuti nel mondo. La tradizione vinicola dell'Orvietano ha radici antiche. Già gli Etruschi avevano scavato cantine nel masso tufaceo, che caratterizza la città, e nel fresco di queste grotte la fermentazione si completava solo dopo parecchi mesi, lasciando al vino un residuo zuccherino che contribuì a decretarne il successo.
 
Nel medioevo e nel Rinascimento fu uno dei vini preferiti alla Corte pontificia (Paolo III Farnese ne era particolarmente "ghiotto"); fu lodato da poeti, artisti e uomini insigni, tra cui il Pinturicchio (il quale, quando dipinse in Orvieto, pretese per contratto che gli fornissero "tanto vino quanto fosse riuscito a berne"). Addirittura il vino ha avuto un ruolo significativo nella costruzione del Duomo di Orvieto: i Maestri che lavoravano nella cava di Monte Piso ad estrarre e sbozzare la pietra di travertino ne acquistavano periodicamente delle quantità negli anni tra il 1347 e 1349, insieme alle ciotole e panatelle per berlo; ma ricordi più clamorosi sono quelli dei "rumori" sollevati ad Orvieto come in altre città dalle maestranze per averne gratis delle quantità. Gli orari di lavoro infine prevedevano delle soste a metà mattina e a metà pomeriggio destinate alle bevute del "mistu" (forse acqua e vino).
 
La stessa Opera del Duomo lo elargiva nelle grandi occasioni come il compimento dei lavori importanti o su richiesta del capo maestro. Ma quello che più è interessante è trovarlo espressamente richiesto nei contratti di lavoro. È indicativo quello stipulato da Luca Signorelli nel 1500 per la realizzazione degli affreschi, dove è scritto che l'Opera avrebbe dovuto consegnargli ogni anno 12 some di vino (circa 1.000 litri).
 
"Item che la fabrica sia obligata a darli, per lo tempo che lui lavora continuo, dui quartenghe di grano al mese e dodice some di mosto per ciascun anno alla vendebia incomensando alla vendebia proxima che verrà".
 
In epoca a noi più vicina fu usato da Garibaldi e dai suoi Mille per brindare, prima di lasciare il porto di Talamone per l'avventura siciliana; D'Annunzio lo definì "Sole d'Italia in bottiglia"; Enrico Fermi e i ragazzi di via Panisperna salutarono con calici di Orvieto l'avvenuta reazione nucleare. È un vino apprezzato dai grandi conoscitori, come Philip Dallas, autore di un bel libro sui vini d'Italia ("Orvieto wine is, like Frascati. Chianti, ecc., one of Italy's best know wines abroad... it is the ideal wine to share while initiating a young lady into bacchic delights") o Alexis Lichine, grande esperto francese di vini ("Vin blanc délicieux d'Italie. C'est un de ceux dont la qualité est la plus constánte").
  
DUOMO DI ORVIETO
"dettaglio decorativo
della facciata"

 
   
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